Dopo un’estate caratterizzata da un mercato bollente, il massimo campionato ha già dato le sue prime sentenze ma soprattutto ha già molto da raccontare.

Potremmo stare qui a scrivere di come la Juventus ed il Napoli non abbiano tradito le aspettative o del primo passo falso del Milan a Udine oppure di come la neopromossa Brescia abbia vinto con un Cagliari pieno di fiducia facendo capire a chi non credeva ancora nel progetto di Cellino, che la Leonessa d’italia è tornata. Si, Immobile ha fatto doppietta e ha raggiunto quota 101 goal in Serie A, e si, la Roma è bella ma ha una difesa che zoppica ancora. Questo weeek-end però a prendersi la scena senza alcun dubbio è stato Siniša Mihajlović: l’ex calciatore serbo e attuale allenatore del Bologna (classe 1969) da inizio Luglio combatte contro la Leucemia e proprio per occuparsi della propria salute ed iniziare le terapie, aveva dovuto lasciare la squadra ai propri collaboratori durante la preparazione pre-campionato con la promessa che sarebbe tornato per la prima giornata. Una promessa che gli faceva onore ma che era difficile da rispettare dato che il nemico con cui doveva combattere era decisamente più forte di tutte le squadre del nostro campionato messe insieme.

E invece, contro ogni pronostico, l’ allenatore serbo ha fatto una sorpresa ai propri giocatori, lasciando l’ospedale Sant’Orsola di Bologna per raggiungerli in hotel a Verona dove il giorno dopo li ha guidati direttamente dalla panchina. Tante sono state le parole di stima nei confronti del mister da parte di colleghi, addetti ai lavori e giocatori, soprattutto i suoi, a cui ha voluto dare un primo chiaro segnale di come bisogna affrontare una partita, qualsiasi essa sia. Orsolini, attaccante rossoblu, in un’intervista a fine partita: “È stata una sorpresa un po’ per tutti, pochi minuti prima che iniziasse la riunione tecnica è entrato in albergo. Una grande emozione, peccato non avergli regalato una gioia che avrebbe meritato, ne merita tante in questo momento.” Davvero emozionante è stata anche l’accoglienza che i tifosi gli hanno riservato allo stadio, urlando a squarciagola tutto il loro affetto e tutto il loro sostegno.

Questa storia ha poco a che vedere con un pallone, ma fa capire quanta forza possa crearsi intorno ad un uomo che abbia fatto della forza e della lealtà i valori principi di un credo che lo hanno portato ad essere un campione in campo, in panchina e nella vita. Come quando da giocatore ringhiava per novanta minuti, correva su ogni pallone e poi dal nulla spiazzava tutti con il suo sinistro vellutato, potente e preciso, anche questa volta dopo aver combattuto e lottato per quaranta giorni, ci ha lasciato tutti di nuovo fermi a vedere una sua ennesima magia. Siniša ha mantenuto quindi la promessa ma c’era da aspettarselo da uno che viene soprannominato “Sergente” per il suo forte temperamento, per la decisione e la severità con cui sprona i propri giocatori a dare il meglio di sé stessi; non sta facendo niente di più di quello che stava facendo prima, tratta semplicemente se stesso come se fosse un proprio giocatore, insomma, sta tornando a giocare ancora un po’.